Una bionda in “guerra” con i campesinos

Dopo tre giorni nel deserto senz’acqua, luce e soprattutto internet, arrivo nella ridente (si fa per dire) Uyuni. E non volendo neanche passarci un minuto in più, compro un biglietto notturno semi-cama (con sedili che ambiscono a essere quasi letto) per tornare a Sucre.
Come sempre prima di affrontare un viaggio scomodo prendo una bella dose di melatonina e passiflora per cercare di trovare sonno.


Dopo due ore di sogni alquanto sconnessi, come la rovinosa fine della mia borsa Chanel, che tra l’altro non possiedo, mi sveglia  il mio compagno di viaggio, Giuseppe Rossi (nome di fantasia) in preda ad un attacco di panico. Stordita dal sonno gli urlo di stare zitto ma lui continua a ulularmi nelle orecchie.
Lo sento farneticare: questo è sequestro di persona, chiamiamo la polizia!
Conoscendo la sua paranoia – state of mind, decido di ascoltarlo ma solo dopo aver dormito altri cinque minuti.
Giuseppe non smette e vedo Flavia (nome vero) preoccupata guardare fuori dal finestrino.
Non c’è verso di continuare a dormire, i passeggeri  fanno avanti e indietro dal pulman.
Decido di svegliarmi, anche perché mi scappa una pipì tremenda.
Esco dal pulman e non so se sono di fronte ad una calamità naturale o ad un gruppo di stronzi.
Bene, un gruppo di stronzi aveva ricoperto la strada di grandi massi e dalla montagna sovrastante continuava a scagliare pietre verso il basso.
Non si passa. Dietro al nostro pulman, incolonnati a distanza, quatti quatti, ci sono altri pulman e altre automobili.
I passeggeri per strada alle tre di notte guardano impietriti la scena.  Al che io dico: ma che vogliono questi?
Non si sa cosa vogliano. Una ragazza tedesca mi dice: sei italiana, parlaci tu. E certo, io prendo ordini da una che alle tre di notte con un freddo becco e con una guerriglia in corso mangia popcorn.
Mentre dei signori boliviani si avvicinano cercando un dialogo, io tutta impettita mi metto a spostare i massi dalla strada. Alcuni mi seguono, ci mettiamo al lavoro, ma dalla montagna iniziano a tirarci sassi che possono fare molto male.
Bene, “non so chi siete, non so cosa volete, ma non mi piacete”; e con questa rima me ne torno a dormire. La pipì continuava ancora a scapparmi fortissimo.
In autobus intanto Giuseppe Rossi, che ancora non ha deciso di darmi il via libera per rivelare la sua vera identità, piange a dirotto. La sua vicina di posto, influenzata dalla sua convincente paranoia, fa lo stesso.  La tedesca ancora mangia popcorn.

La metà dei passeggeri decide di lasciare  il pulman e si avvia a piedi. Dicono che camminando un’ora si arriva in un punto in cui ci sono taxi per poter arrivare a Sucre. A quel punto penso: questo è il classico “dividiamoci” dei film horror. Una cazzata imperiale.
Mi rimetto a riposare e all’improvviso gli altri passeggeri rientrano e dicono: tutto a posto, andiamo!
E andiamo. Bella regà. Cento metri, curva, troviamo altri massi. Una signora al primo posto urla “bajamos todos”!
Che vuol dire, in pratica, “scendiamo tutti a spostare i massi”. Il tutto mentre, senza nulla recriminare, noi del primo pulman facciamo il lavoro anche per gli altri mezzi incolonnati dietro di noi.
Fiatone, perché a 4000 metri anche scendere le scale ti mette a tappeto. Spostiamo i massi, risaliamo, ripartiamo e incontriamo altri massi. Stessa procedura per tre volte. Giuseppe continua a piangere. Flavia, dopo un turno da sposta-massi, essendo di Civitavecchia (e quindi molto pratica) dice senza troppi giri di parole: “Ma sti cazzi”.
La tedesca, finito il pacchetto di pop corn, aiuta.
Risaliamo e dopo un chilometro arriviamo al bandolo della matassa.
Una distesa di circa 200m di massi e in fondo uno stuolo di campesinos (contadini boliviani) che aspettano.
Guardo un ragazzo spagnolo, tra l’altro molto bellino che nella fretta non avevo notato e gli dico: “Ma è un gioco di ruolo?”.  Ancora più compatti, e finalmente aiutati anche dai passeggeri degli altri bus, ci mettiamo a spostare massi. Una catena di montaggio super efficiente, al punto che quasi ci tiriamo i sassi addosso per la velocità. Così, man mano che la strada si libera, i bus riescono ad avanzare. Intanto devo ancora fare pipì. Dai lati della strada ci guardano figure scure e in lontananza scorgo una catena umana di donne e uomini. Un po’ arrabbiati a occhio e croce, ma non ci giurerei.
Subito si capisce che non sono armati. Ci avviciniamo compatti, passeggeri boliviani, turisti tedeschi, turisti di non so quale provenienza e io, italiana.
Le donne campesinos urlano: “Tenemos que pedir!”. Ovvero: dobbiamo fare delle richieste (al governo…)
E io penso:  ma te pere che alle tre di notte dovete fare delle richieste? Ma non avete sonno?
Subito dopo la mia profonda riflessione inizio un palleggio da serie A con una signora campesina. Io sposto il masso ai margini della strada e lei da fuori campo me lo ritira. Lo stoppo e lo faccio rotolare di nuovo al margine.  Testarda me lo riporta sotto il naso e inizia una sfida con i nostri piedi sopra il masso, io che spingo da una parte e lei dall’altra. E ancora mi scappa la pipì. Gliela do vinta e mi sposto a combattere su un altro versante. Nel frattempo i passeggeri che parlano castillano dicono ai campesinos di farci passare perché negli autobus ci sono molti bambini e persone che devono andare a lavorare. I campesinos continuano a dire che non possono farci passare perché devono protestare.
Con me altri passeggeri si mischiano ai campesinos e cerchiamo di spostare più massi che possiamo. Molti di loro li difendono salendoci sopra ma alla fine vinciamo noi. Le donne a capo del corteo si mettono ai lati della strada e ci guardano faticare un po’ deluse. Infatti, secondo me, si aspettavano che stessimo lì a dirgli: ma che forti che siete stati a mettere centinaia di pietre per strada con questo freddo cane!
Gli autobus sfilano sulla strada pulita e il mio in particolare accelera in salita. Corro a più non posso e mi balena nella testa l’idea di diventare una bella campesina con la gonna e le trecce fino al sedere. Però no, hanno i capelli neri. Non va bene. Io sono bionda, non sarò mai mora come mi volete voi.
L’autobus si ferma io e gli altri sposta-massi  notturni saliamo. Flavia al finestrino tira un respiro di sollievo, ma anche lei mi comunica che deve fare pipì. Trovo Giuseppe Rossi  (per 10 euro vi rivelo il suo nome) che filma con la telecamera tutto fiero.
E bravo cazzo che lo mettiamo su youtube!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

Inizia a scrivere il termine ricerca qua sopra e premi invio per iniziare la ricerca. Premi ESC per annullare.