Wanna Marchi è libera e sta in Bolivia

Non ho ben capito come sia stato possibile finire nella mani della Wanna Marchi boliviana, ma adesso piano piano provo a ricostruire i passaggi della faccenda in cui ovviamente non ho avuto la meglio.
Succede che mi ritrovo per caso in viaggio con una suora missionaria, suo fratello e due miei amici. Questa suora, molto moderna e aperta, mi racconta la bellissima esperienza di un rituale per riappacificarsi con l’universo.

Faccio una precisazione: in Sudamerica la religione cattolica convive allegramente con i rituali ancestrali. E le due cose spesso vanno di pari passo.
Al che, stremata da una terra ostile, vedo nella possibilità di prendere parte a questo rituale la mia occasione di redenzione, la via ultima per scacciare la rogna e la sfiga e la jella che sento ormai più amiche delle amiche vere.
Chiedo alla mia amica suora di poter incontrare questo fantomatico sacerdote cattolico, ma anche diacono, ma anche santone (vi giuro, non c’è limite alle cose che possiamo decidere di essere nella vita) e lei cortesemente mi prende un appuntamento. Lo descrive come una persona estramamente umile e disponibile, un uomo che potrebbe vivere nel lusso ma che ha rinunicato a tutto, come San Francesco.

Mi sembrava troppo facile per essere vero. Io e i miei compagni di viaggio partiamo per La Paz e all’areoporto troviamo ad aspettarci il figlio dello stregone (che chiameremo con il nome inventato di Sai Baba).
Dice che papà è andato a comprare delle cose e che lo recupereremo per strada.
Incontriamo Sai Baba come annunciato dal figlio, è per strada ed è pieno di buste.
Ci incamminamo per la lunga via dritta di El Alto, il quertiere popolare più alto di La Paz, e andiamo verso una montagna. Io come al solito mi addormento.
Ovviamente subito dopo mi sveglio con una pessima notizia. A quanto pare abbiamo investito una ragazzina. Anzi, è andata proprio così, visto che la vedo superare il cofano della macchina e toccarsi la gamba dolorante. Fortuna che ci sono le sue amiche, e lei sembra più costernata per l’imbarazzo che per il dolore.
Il figlio di Sai Baba gestisce il panico restando immobile e il padre gli dice da vero stregone: va, va!
Continuiamo il viaggio e io mi riaddormento e mi sveglio con una volante della polizia che ci insegue. Finalmente qualcosa dal sapore americano. ​

Bello incazzato il poliziotto preleva il figlio di Sai Baba, al quale non ho dato un nome visto che uscirà in questo momento dalla storia. Così i miei compagni, Sai Baba e io ci incamminiamo con le buste verso la montagna.
Arriviamo in cima stremati, ma non avevo dubbi: siamo a 4000 metri e il cammino verso la purificazione non può essere una sfilata in centro.
​Sai Baba mi fa sedere e mi dice di stare buona perchè non ho un bel colorito.
Iniziamo così un rito lungo un’ora e mezza e allestiamo un altare con formine di zucchero, fili di lana, garofani, erbe varie, foglie di coca e mille altri oggettini di cui non ho capito il nome perchè il castillano è una lingua nuova per me e mi sfugge spesso il significato delle cose.
Fatto sta che io quando faccio le cose mi ci metto d’impegno. Sopratutto se c’è in ballo la purificazione e la riconciliazione con l’universo. Anche la mia amica non scherza, e alle richieste di Sai Baba di concentrarsi sul dolore della vita, sulle cose belle e brutte che abbiamo vissuto, ci affoghiamo di lacrime manco fossimo reduci siriane.
Bello il rito, bello tutto: io che prego, io che scaccio i brutti pensieri, io che mi faccio lo shampoo con l’alcol puro, io che conto dodici foglie di coca, una per ogni mio parente o amico, io che (udite udite) mi concentro sul dolore passato!
Per finire questo rito vissuto con grandissima partecipazione prendiamo l’altare e lo bruciamo e con le mani portiamo il fumo del fuoco verso il viso, per prendere tutta la speranza che abbiamo concentrato lì dentro.
Alla fine del rito allungo 150 bob e i miei compagni altri 50 a testa.

E qui viene il bello.
Sai Baba non sembra per niente soddisfatto e comincia a spiegare per voci la sua parcella: 300 bob per il taxi (vi ricordo che era il figlio a guidare con una macchina per giunta molto poco performante e con la quale abbiamo investito una ragazzina), 400 bob di materiali e rito.
Rimaniamo un po’ ammutoliti dalle idee molto chiare del santone.
Come tre idioti apriamo i portafogli e iniziamo a estrarre a casaccio banconote e banconote fino ad arrivare alla magica somma di 750 bob (103 euro, in Bolivia sono tanti!).
Sai Baba felice, ma non abbastanza, si offre di riaccompagnarci. Prendiamo un mini van che in Bolivia è il mezzo di trasporto pubblico più conveniente e percorriamo la lunga strada di El Alto all’indietro. Col nervoso a fior di pelle, per non essermi imposta e non aver fatto qualcosa per risparmiare, arriviamo a destinazione. Sai Baba scende, ci abbraccia, ride, benedice il nostro incontro (e te credo) e mi chiede con due occhioni da Beautiful: posso chiederti un ultimo favore per suggellare questo nostro incontro?

“Mi chiederà tre Ave Marie e due Padre Nostro”, mi dico.
“Mi daresti altri soldi? Oggi con quell’incidente abbiamo preso 100 dollari di multa, basterebbero anche 20 bob”, dice invece lui.
Ecco l’uomo che ha rinuniciato a tutto.
Ho aperto il portafoglio e glieli ho dati.
Addio Sai Baba. Ormai sono in pace con l’universo.

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